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- lunedì 18 giugno 2007
 «E’ in corso una silenziosa rivoluzione dei media, della comunicazione,
che nel giro di qualche anno potrebbe cambiare completamente il
panorama di questo settore». Piero Galli, partner della società di
consulenza Bain & Company e uno dei massimi esperti italiani di
tecnologia e di media. Per spiegare la sua tesi (che è leggermente
complessa) parte da un grafico dove sono rappresentate le ore medie
settimanali che (in America) la gente dedica ai vari tipi di media. «I
dati spiega Galli sono riferiti al mercato nord americano, ma sappiamo
che le tendenze registrate là dopo un po’ arrivano anche qui da noi».
Va detto, per essere chiari, che Internet, attraverso l’adozione della
banda larga (e larghissima) sta diventando un mezzo molto potente. Di
fatto Internet si sta trasformando in tutto il mondo in un’immensa tv
via cavo. «Il risultato continua è che l’attenzione degli spettatori si
va spostando soprattutto sul ‘mobile’, cioè sui cellulari, su Internet,
e sulla tv digitale. Risultano in calo i giornali stampati e la tv
analogica. E’ vero che si parte da valori ancora molto bassi, ma la
crescita è fortissima. Ad esempio la ‘visione’ di quello che arriva
attraverso i cellulari cresce, da qui al 2020 al ritmo del 22 per cento
all’anno; Internet dell’8 per cento. E questa è la prima rivoluzione:
la gente sta cominciando a ‘guardare’ altrove rispetto a quello che ha
fatto fino a ieri».
Ma questa è solo una parte della storia. L’altra
riguarda la pubblicità. Gli investimenti pubblicitari si stanno
spostando anche loro, all’inseguimento dell’attenzione della gente.
Insomma, gli investimenti vanno là dove la gente guarda.
«Ma va
segnalato che gli investimenti si stanno spostando con una velocità
maggiore rispetto agli spostamenti di attenzione da parte della gente.
E’ come se gli investitori pubblicitari volessero precedere gli
spettatori, in modo da farsi trovare sui nuovi media quando gli
spettatori arriveranno. Insomma, vanno a mettere il cappello sulla
sedia». «I numeri, almeno, dicono questo continua Galli Fra il 2005 e
il 2015 abbiamo stimato che gli investimenti pubblicitari sui vari
media (si tratta sempre di dati americani) passino da 180 a 320
miliardi di dollari, dall’1,3 all’1,8 per cento del Pil. Con due grandi
movimenti evidentissimi. Gli investimenti sul mobile (telefonini, e
altri apparati senza fili) stanno crescendo al ritmo del 15 per cento
all’anno. E la stessa cosa sta accadendo per gli investimenti
pubblicitari su Internet. Vanno giù, invece, i giornali e la tv
analogica. In crescita gli altri media, sia pure con minore intensità
rispetto al mobile e su Internet».
In sostanza Galli ci dice varie
cose. La prima (che per molti risulterà un po’ strana) è che anche i
cellulari stanno diventando dei media. Forse non è vero che la gente li
usa per guardare il telegiornale o la telenovela e il reality, ma di
sicuro attraverso il cellulari arrivano oggi notizie brevi, previsioni
del tempo e altre cose. Ma è evidente che l’evoluzione tecnologica
porta i cellulari a essere strumenti sempre più adatti a veicolare
notizie e filmati di eventi sportivi.
Forse non si tratta
ancora di usi comuni, ma è lo diventeranno molto presto. La seconda
cosa interessante che Galli ci comunica è che l’attenzione della gente
si sta spostando appunto verso Internet e verso i cellulari. I
pubblicitari addirittura, in questo caso, precedono gli «spettatori».
Il che ci fa capire che Internet e cellulari sono i due media
emergenti. Due media che, in teoria, sono in mano a soggetti nuovi nel
mondo dei media, e cioè le Telco, le società di telecomunicazioni. Nel
senso che sono loro a avere in mano i cavi attraverso cui passa
Internet e le antenne attraverso cui si collegano i cellulari.
E
questo ripropone un antico dibattito, e cioè: chi vincerà? Nel mondo
dell’informatica non è, appunto, una questione nuova. Si era già
proposta con i computer e i produttori di software (e hanno vinto
questi ultimi). Adesso il medesimo quesito ritorna: vincerà chi fa i
contenuti o chi «gestisce» i cellulari e Internet (cioè le varie Telco)?
La
risposta di Galli (ma anche di qualche operatore delle Telco) è
singolare: non vincerà nessuno dei due. E questo perché chi sa fare i
contenuti (dal telefilm al notiziario) non è detto che poi sappia come
si commercializza tutto ciò, come si raccoglie la pubblicità (o gli
abbonamenti), ecc. Chi ha in mano i media (le Telco) ovviamente non è
in grado di fare i contenuti, anche se è evidente che qualcosa deve pur
trasmettere su questi nuovi media.
Galli ha fatto addirittura una
mappa di questi protagonisti. Dalla quale si vede che i produttori di
contenuti, ad esempio, sono zero per quanto riguarda la distribuzione e
il trasporto delle cose da loro prodotte. Le Telco, invece, sono zero
per quanto riguarda l’ideazione e la produzione dei contenuti.
E’
del tutto evidente che un sistema così non regge. I content provider
non sanno poi piazzare presso il pubblico quello che fanno, mentre chi
ha il pubblico in mano (le Telco) non sa fare i contenuti.
Allora
dovrebbero vincere quelli che stanno (o che staranno in mezzo). Nel
linguaggio delle case di consulenza (e di Galli) questi soggetti sono
denominati packager. Impacchettatori, diremmo noi in lingua corrente.
In
realtà, si tratta di quelli capaci di fare un palinsesto. Cioè di
capire che cosa va trasmesso alla mattina, al pomeriggio e alla sera.
In grado di capire, in una parola, quello che può avere successo (e
quindi attirare pubblicità) e quello che invece è destinato
all’insuccesso.
Se poi si va a vedere bene chi possono essere i
futuri packager si vede che, in fondo, sono già quelli che fanno la
televisione oggi. Ne arriveranno magari degli altri. Ma è evidente che
loro partono da posizioni di vantaggio perché sanno come trattare il
pubblico, ne conoscono gli usi e le tendenze.
Insomma, la
rivoluzione dei media c’è e è grande. Ma, alla fine, quelli che la
stanno provocando con le loro innovazioni tecnologiche (le Telco, con i
cellulari e l’Internet a banda larga) non saranno i vincitori. D’altra
parte, se è vero (e questo è un po’ il succo di tutto il ragionamento)
che tanto i cellulari quanto Internet stanno diventando forme diverse
di televisione, è anche giusto che alla fine a vincere siano quelli che
sanno fare i packager, cioè la televisione, o comunque gli assemblatori
e venditori di contenuti.
[ Fonte: larepubblica.it] |